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miniposter don quichotte  di G.W. Pabst

 

miniposter

1933

Don Chisciotte

Trama Impazzito per la lettura di troppi romanzi cavallereschi, il nobile decaduto don Chisciotte parte alla ventura con il fedele scudiero Sancho Panza. Le imprese che compie (lottare contro i mulini a vento e greggi di pecore) le dedica a Dulcinea, una contadinotta che egli scambia per una gentildonna...

Commento critico Tra le curiosità di questa versione "espressionista" del romanzo di Cervantes, c'è la presenza, per la prima e unica volta su uno schermo cinematografico, del basso lirico russo Fëdor Scialjapin. Le scene di ombre cinesi sono della grande animatrice d'avanguardia Lotte Reininger.

 

Titolo originale Don Quichotte

Produzione Gran Bretagna / Francia 1933

Regia Georg Wilhelm Pabst

Interpreti
Mireille Pali

Renée Valliers
Dorville
Fëdor Scialjapin

Durata 83'

Genere Avventura

 Georg Wilhelm Pabst
25 Agosto 1885, Radnice, Repubblica Ceca
 29 Maggio 1967, Vienna, Austria
Considerato, negli anni tra le due guerre, una delle personalità di maggior rilievo del cinema tedesco e mondiale, esordì alla regia nel 1923, dopo un lungo periodo come attore e regista in teatro e scenarista per il grande schermo. Il film che lo rivelò La via senza gìoia (1925) con due dive come Asta Nielsen e Greta Garbo. Film che, pur influenzato dell’espressionismo, metteva in luce un modo nuovo di intendere il cinema, più vero, più realistico e più piscologico con sconfinamenti nella psicanalisi. I sui film successivi, Il giglio nelle tenebre (1927) e Crisi (1928), furono interpretate da un’intensa Brigitte Helm, cosa che confermò la sua capacità di portare le grandi attrici del tempo alla loro massima capacità espressiva. Anche un’altra attrice famosa, Louise Brooks, fu proprio con Pabst che fornì le sue prove più convincenti con Lulu (1929) e Il diario di una donna perduta (1929), due film magistrali per l’analisi della psicologia femminile. Ma a portargli fama e prestigio furono soprattutto i suoi primi film sonori, e non tanto la brillante riduzione cinematografica dell’Opera da tre soldi di Brecht e Weill (1931) quanto Westfront 1918 (1930) e La tragedia della miniera (1931), due opere grandissime permeate da un vigore espressivo e il da un messaggio pacifista e solidarista. A questi capolavori seguirono due opere d’ispirazione letteraria, Atlantide (1932) da P. Benoit; e, su un piano indubbiamente più elevato, l’originale visitazione di Don Quichotte (1933). Dopo un breve periodo passato a Hollywood nel 1934, il regista austriaco realizzò due film d’ambiente esotico, Mademoiselle Doeteur (1937), che si svolge a Salonicco e Il dramma di Sbanghai (1938). Dopo l’avvento del nazismo rientrò in Germania, dove seguitò la sua attività non sgradita ai nuovi padroni della Germania, pur evitando di girare film di aperta propaganda del regime. L’ultima sua opera di rilievo fu Il processo (1947) dove prende le difese dei diritti delle minoranze etniche sulla scorta di una vicenda accaduta in una comunità ebraica in Ungheria all’inizio dell’Ottocento. Nei film successivi smarrisce la sua vena migliore, rimanendo comunque un mestiere altissimo: La voce del silenaio (1953); Accadde il 20 luglio (1955) e L’ultimo atto (1955), sulle vicende finali del nazismo.

Pabst cominciò come attore teatrale a Vienna; visse cinque anni a New York, dove allestì anche alcuni spettacoli; e trascorse quattro anni in un campo di prigionia in Francia. Alla fine della guerra tornò a Vienna nelle vesti di regista teatrale e mise in scena diversi drammi espressionisti.

Politicamente Pabst è comunque un riformista, un borghese progressista che ha paura della guerra e che comprende i problemi dei ceti inferiori. Dopo aver diretto un "Atlantide" (1932), onirico remake di Ryder, all'avvento del nazismo riparò in Francia, dove diresse "Don Quichotte" (1933), esercizio figurativo e ripiegamento definitivo nel fantastico, e anche il giallo spionistico "Mademoiselle Docteur" (1936), in mezzo a una manciata di film mediocri.

Don Chisciotte della Mancia

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                   La storia di don Chisciotte della Mancha.

 

 

:

Don Chisciotte della Mancia, di Miguel de Cervantes Saavedra

prologo

Sfaccendato lettore, potrai credermi senza che te ne faccia giuramento, ch'io vorrei che questo mio libro, come figlio del mio intelletto, fosse il più bello, il più galante ed il più ragionevole che si potesse mai immaginare; ma non mi fu dato alterare l'ordine della natura secondo la quale ogni cosa produce cose simili a sé. Che poteva mai generare lo sterile e incolto mio ingegno, se non se la storia d'un figlio secco, grossolano, fantastico e pieno di pensieri varii fra loro, né da verun altro immaginati finora? E ben ciò si conviene a colui che fu generato in una carcere, ove ogni disagio domina, ed ove ha propria sede ogni sorta di malinconioso rumore. Il riposo, un luogo delizioso, l'amenità delle campagne, la serenità dei cieli, il mormorar delle fonti, la tranquillità dello spirito, sono cose efficacissime a render feconde le più sterili Muse, affinché diano alla luce parti che riempiano il mondo di maraviglia e di gioia. Avviene talvolta che un padre abbia un figliuolo deforme e senza veruna grazia, e l'amore gli mette agli occhi una benda, sicché non ne vede i difetti, anzi li ha per frutti di buon criterio e per vezzi, e ne parla cogli amici: come di acutezze e graziosità. Io però, benché sembri esser padre, sono padrino di don Chisciotte, né vo' seguir la corrente, né porgerti suppliche quasi colle lagrime agli occhi, come fan gli altri, o lettor carissimo, affinché tu perdoni e dissimuli le mancanze che scorgerai in questo mio figlio. E ciò tanto maggiormente perché non gli appartieni come parente od amico, ed hai un'anima tua nel corpo tuo, ed il tuo libero arbitrio come ogni altro, e te ne stai in casa tua, della quale sei padrone come un principe de' suoi tributi, e ti è noto che si dice comunemente: sotto il mio mantello io ammazzo il re. Tutto ciò ti disobbliga e ti scioglie da ogni umano ricordo, e potrai spiegar sulla mia storia il tuo sentimento senza riserva, e senza timore d'essere condannato per biasimarla, o d'averne guiderdone se la celebrerai.

Vorrei per altro, o lettor mio, offrirtela; pulita e ignuda, senza l'ornamento di un prologo, e spoglia dell'innumerabil caterva degli usitati sonetti, epigrammi, od elogi che sogliono essere posti in fronte ai libri; e ti so dire che sebbene siami costato qualche travaglio il comporla, nulla mi diede tanto fastidio quanto il fare questa prefazione che vai leggendo. Più volte diedi di piglio alla penna per iscriverla, e più volte mi cadde di mano per non sapere come darle principio. Standomi un giorno dubbioso con la carta davanti, la penna nell'orecchio, il gomito sul tavolino, e la mano alla guancia, pensando a quello che dovessi dire, ecco entrar d'improvviso un mio amico, uomo di garbo e di fino discernimento, il quale, vedendomi tutto assorto in pensieri, me ne domandò la cagione. Io non gliela tenni celata, ma gli dissi che stava studiando al prologo da mettere in fronte alla storia di don Chisciotte, e ci trovavo tanta difficoltà, che m'ero deliberato di non far prologo, e quindi anche di non far vedere la luce del giorno alle prodezze di sì nobile cavaliere.

— «Come volete voi mai, soggiuns'io, che non mi tenga confuso il pensare a tutto ciò che sarà per dirne quell'antico legislatore che chiamasi volgo, quando vegga che dopo sì lungo tempo da che dormo nel silenzio della dimenticanza, ora che ho tant'anni in groppa, esco fuori con una leggenda secca come un giunco marino, spoglia d'invenzione, misera di stile, scarsa di concetti, mancante di ogni erudizione e dottrina, senza postille al margine, e senz'annotazioni al fine del libro, di che vedo ricche le altre opere, tuttoché favolose e profane, e zeppe di sentenze di Aristotele, di Platone, e di tutto lo sciame dei filosofi, onde ne avviene che restano meravigliati i lettori, e tengono gli autori nel più gran conto di dottrina, di erudizione, di eloquenza? Citando la divina Scrittura si fanno credere altrettanti santi Tommasi e nuovi Dottori della Chiesa, conservando in ciò un sì ingegnoso decoro che in una riga ti rappresentano un innamorato perduto, e nell'altra ti fanno un sermoncino cristiano, ch'è una consolazione l'udirli o il leggerli! Deve di tutto ciò essere spoglio il mio libro, poiché non ho che citare nel margine, o che annotare nel fine, né so di quali autori mi valga il comporlo; e così non posso affibbiarveli, come da tutti si pratica, per le lettere dell'abbiccì, cominciando con Aristotele, e terminando con Senofonte e Zoilo o Zeusi, benché l'uno sia stato un maldicente, l'altro un pittore. Ha pur il libro mio da mancare di sonetti al principio, almeno di quelli composti da duchi, marchesi, conti, vescovi, dame o poeti celebratissimi; benché se pregassi di ciò due o tre miei amici bottegai, io so che me li darebbero, e tali da non poter essere superati da quelli dei più celebri della nostra Spagna. Insomma, signore e amico mio, soggiunsi, io mi risolvo a lasciar il signor don Chisciotte sepolto negli archivi della Mancia, finché il cielo faccia comparir chi lo adorni delle tante qualità che gli mancano, trovandomi io incapace di rimediarvi, attesa la mia insufficienza e la mia scarsa erudizione, ed anche perché sono naturalmente infingardo e lento nell'indagare autori che dicano quello che so dire da me medesimo senza la lor dettatura. Di qui ha origine la sospensione e l'umore in cui mi trovaste; e ben deve bastare per mettermi a tale stato tutto ciò che da me avete inteso.»

Sancio Pancia e don Chisciotte

All'udir queste cose il mio amico si diede una palmata nella fronte, proruppe in un alto scoppio di ridere, e disse: Per bacco, fratello, che termino al presente di togliermi da un inganno in cui son vissuto da che vi conosco; giacché vi ho tenuto mai sempre per uomo giudizioso e prudente in tutte le vostre azioni, ed ora m'avveggo, che voi ne siete lontano quanto il cielo dalla terra. Com'è mai possibile che cose di sì poco momento e di sì facile rimedio abbiano tal possa da confondere e sviare un ingegno sì maturo com'è il vostro, a cui sì agevole riesce il togliere e superare molto maggiori difficoltà? Ciò deriva in fede mia, non da mancanza di abilità, ma da infingardaggine, e da poco buon raziocinio. Volete la prova di ciò? Statemi attento e vedrete come in un aprire e chiuder d'occhio io svento tutte le vostre difficoltà, e vengo a rimediare a tutte le mancanze; dalle quali dite essere tenuto sospeso e avvilito per modo che vi ritraete dal dare al mondo il vostro famosissimo don Chisciotte, lume e specchio di tutta la errante cavalleria. — «Or via, lo interruppi sentendo le sue parole: in qual modo divisate voi di riempire il vôto del mio timore e di ridurre a chiarezza il caos della mia confusione? — Al che soggiuns'egli: — «Quanto al primo imbarazzo in cui vi trovate a cagione de' sonetti, epigrammi ed elogi che mancano in fronte al vostro libro, e ch'è di mestieri che portino i nomi di personaggi gravi e titolati, è facile il rimediare. Prendetevi voi stesso la briga di comporli; poscia battezzateli voi medesimo col nome che più vi talenta attribuendoli al prete Gianni dell'India od all'imperatore di Trebisonda, i quali so essere opinione che abbiano avuto il vanto di poeti celebratissimi. Che se ciò non è vero, e sorgesse per avventura qualche pedante o baccelliere, che mordendovi le calcagna impugnasse questa verità, non per questo a voi, convinto di menzogna, taglierebbero la mano che ha segnato nomi cotanto illustri. E quanto al citare in margine libri ed autori ai quali attribuir le sentenze e i detti che vi piacesse d'inserire nella vostra storia, basta che voi vi facciate cadere in acconcio alcune sentenze che sappiate a memoria, o che vi costino poca fatica a cercarle. Per esempio, trattando di libertà e schiavitù:

Non bene pro toto libertas venditur auro;

ed al margine citate Orazio, o chi l'ha detto. Se parlerete del potere della morte:

Pallida mors æquo pulsat pede
Pauperum tabernas regumque turres.

Se dell'amicizia, o dell'amore che il Signore comanda di portare a' nemici, eccovi la divina Scrittura che vi somministra le parole di Dio stesso: Ego autem dico vobis: Diligite inimicos vestros. Trattando de' cattivi pensieri ricorrete al Vangelo: De corde exeunt cogitationes malæ. Se dell'incostanza degli amici, Catone vi somministrerà il suo distico:

Donec eris felix, multos numerabis amicos;
Tempora si fuerint nubila, solus eris.

E di tal guisa latinizzando, od in tal'altra maniera, sarete tenuto per grammatico, ciò che procura oggigiorno non poco onore e guadagno. Per ciò che spetta alle annotazioni da porsi al fine del libro, potete sbarazzarvene a questo modo. Se nominate nella vostra opera qualche gigante, supponetelo il gigante Golia: questo solo (che poco vi costa) v'apre il campo ad un'ampia annotazione dicendo: Il Gigante Golia fu un Filisteo il quale venne ucciso con un gran colpo di pietra dal pastore Davide nella valle di Tèrebinto, secondo ciò che si legge nel libro dei Re nel capitolo ove vedrete che questo sta scritto. Per mostrarvi poi uomo erudito nelle umane lettere, ed anche cosmografo, fate in modo che nella vostra storia si nomini il fiume Tago, e qui si aprirà il campo ad un'altra famosa annotazione dicendo: Al fiume Tago diede il nome un re delle Spagne, nasce nel tal luogo, e muore nel mare Oceano, bagnando le mura della famosa città di Lisbona, e credesi abbia le arene d'oro, ecc. Dovendo parlar di ladroni, vi dirò la storia di tanti, ma celebrati dal maggior numero: che se tanto vi riuscirà di fare non avrete conseguito poco.»

Io me ne stavo ascoltando con profondo silenzio ciò che mi si dicea dall'amico, e tanto poterono sopra di me le sue ragioni che, senza altro dire, gliele menai tutte buone: anzi le feci servire di fondamento a questo prologo, nel quale riscontrerai, o delicato lettore, il retto discernimento dell'amico mio, e la buona ventura nell'essermi a questi tempi avvenuto in sì utile consigliere quando trovavami irresoluto e indeciso. Tu n'avrai certo gran compiacenza nel leggere così ingenua e così pura la storia del famoso don Chisciotte della Mancia, il quale, per la fama che corre fra tutti gli abitanti del distretto del Campo di Montiello, fu l'innamorato più casto, ed il più valente cavaliere, che da tanti anni in qua comparisse in que' dintorni; né io voglio esagerarti il servigio che ti fo nel darti a conoscere sì celebre e onorato campione. Bramo però d'incontrare il tuo gradimento per la conoscenza che ti farò fare anche del famoso Sancio Pancia suo scudiere, nel quale, a mio avviso, troverai congiunte tutte le disgrazie scudierili che s'incontrano sparse nella caterva degli inutili libri di cavalleria. Dio ti conservi in salute, e non mi porre in dimenticanza. Sta sano.

CAPITOLO I

DELLA CONDIZIONE E DELLE OPERAZIONI DEL RINOMATO IDALGO DON CHISCIOTTE DELLA MANCIA.

CAPITOLO I

Viveva, non ha molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un idalgo di quelli che tengono lance nella rastrelliera, targhe antiche, magro ronzino e cane da caccia. Egli consumava tre quarte parti della sua rendita per mangiare piuttosto bue che castrato, carne con salsa il più delle sere, il sabato minuzzoli di pecore mal capitate, lenti il venerdì, coll'aggiunta di qualche piccioncino nelle domeniche. Consumava il resto per ornarsi nei giorni di festa con un saio di scelto panno di lana, calzoni di velluto e pantofole pur di velluto; e nel rimanente della settimana faceva il grazioso portando un vestito di rascia della più fina. Una serva d'oltre quarant'anni, ed una nipote che venti non ne compiva convivevano con esso lui, ed eziandio un servitore da città e da campagna, che sapeva così bene sellare il cavallo come potare le viti. Toccava l'età di cinquant'anni; forte di complessione, adusto, asciutto di viso; alzavasi di buon mattino, ed era amico della caccia. Vogliono alcuni che portasse il soprannome di Chisciada o Chesada, nel che discordano gli autori che trattarono delle sue imprese; ma per verosimili congetture si può presupporre che fosse denominato Chisciana; il che poco torna al nostro proposito; e basta soltanto che nella relazione delle sue gesta non ci scostiamo un punto dal vero.

Applicavasi alla lettura dei libri di cavalleria con predilezione sì dichiarata e sì grande compiacenza che...Importa bensì di sapere che negli intervalli di tempo nei quali era ozioso (ch'erano il più dell'anno), applicavasi alla lettura dei libri di cavalleria con predilezione sì dichiarata e sì grande compiacenza che obbliò quasi intieramente l'esercizio della caccia ed anche il governo delle domestiche cose: anzi la curiosità sua, giunta alla manìa d'erudirsi compiutamente in tale istituzione, lo indusse a spropriarsi di non pochi dei suoi poderi a fine di comperare e di leggere libri di cavalleria. Di questa maniera ne recò egli a casa sua quanti gli vennero alle mani; ma nissuno di questi gli parve tanto degno d'essere apprezzato quanto quelli composti dal famoso Feliciano de Silva, la nitidezza della sua prosa e le sue artifiziose orazioni gli sembravano altrettante perle, massimamente poi quando imbattevasi in certe svenevolezze amorose, o cartelli di sfida, in molti dei quali trovava scritto: La ragione della nissuna ragione che alla mia ragione vien fatta, rende sì debole la mia ragione che con ragione mi dolgo della vostra bellezza. E similmente allorché leggeva: Gli alti cieli che la divinità vostra vanno divinamente fortificando coi loro influssi, vi fanno meritevole del merito che meritatamente attribuito viene alla vostra grandezza.

Con questi e somiglianti ragionamenti il povero cavaliere usciva del senno. Più non dormiva per condursi a penetrarne il significato che lo stesso Aristotele non avrebbe mai potuto deciferare, se a tale unico oggetto fosse ritornato tra i vivi. Non gli andavano gran fatto a sangue le ferite che dava e riceveva don Belianigi, pensando che di buon diritto nella faccia e in tutta la persona avessero ad essergli rimaste impresse e vestigia e cicatrici, per quanto accuratamente foss'egli stato guarito; ma nondimeno lodava altamente l'autore perché chiudeva il suo libro con la promessa di quella interminabile avventura. Fu anche stimolato le molte volte dal desiderio di dar di piglio alla penna per compiere quella promessa; e senz'altro l'avrebbe fatto giungendo allo scopo propostosi dal suo modello; se distratto non l'avessero più gravi ed incessanti divisamenti. Ebbe a quistionar più volte col curato della sua terra (uomo di lettere e addottorato in Siguenza) qual fosse stato miglior cavaliere o Palmerino d'Inghilterra, o Amadigi di Gaula; era peraltro d'avviso mastro Nicolò, barbiere di quel paese, che niuno al mondo contender potesse il primato al cavaliere del Febo, e che se qualcuno poteva competer con lui, questi era solo don Galeorre fratello di Amadigi di Gaula, da che nulla fu mai d'inciampo alle sue ardite imprese; e non era sì permaloso e piagnone come il fratello, a cui poi non cedeva sicuramente in valore. In sostanza quella sua lettura lo portò siffattamente all'entusiasmo da non distinguere più la notte dal dì, il dì dalla notte; di guisa che pel soverchio leggere e per il poco dormire gli s'indebolì il cervello, e addio buon giudizio. Altro non presentavasi alla sua immaginazione che incantamenti, contese, battaglie, disfide, ferite, concetti affettuosi, amori, affanni ed impossibili avvenimenti: e a tal eccesso pervenne lo stravolgimento della fantasia, che niuna storia del mondo gli pareva più vera di quelle ideate invenzioni che andava leggendo. Sosteneva egli che il Cid Rui Diaz era stato bensì valente cavaliere, ma che dovea ceder la palma all'altro dall'ardente spada, il quale d'un solo manrovescio avea tagliati per mezzo due feroci e smisurati giganti. Più gli piaceva Bernardo del Carpio per avere egli ucciso in Roncisvalle l'incantato Roldano, valendosi dell'accortezza d'Ercole allorché soffocò fra le sue braccia Anteo figlio della Terra. Celebrava il gigante Morgante perché discendendo egli da quella gigantesca genìa, che non dà che scostumati e superbi, pure egli solo porgevasi affabile e assai ben creato. Dava però a Rinaldo di Montalbano sopra ad ogni altro la preferenza, e segnatamente quando lo vedeva uscire dal suo castello, a far man bassa, di quanto gli capitava alle mani, derubando in Aglienda quell'idolo di Maometto che era tutto d'oro secondoché riferisce la sua storia. Avrebbe egli sacrificata la sua serva, e di vantaggio pur la nipote alla smania che tenea d'ammaccare a furia di calci il traditor Ganelone.

In fine perduto affatto il giudizio, si ridusse al più strano divisamento che siasi giammai dato al mondo. Gli parve conveniente e necessario per l'esaltamento del proprio onore e pel servigio della sua repubblica di farsi cavaliere errante, e con armi proprie e cavallo scorrere tutto il mondo cercando avventure, ed occupandosi negli esercizii tutti dei quali aveva fatto lettura. Il riparare qualunque genere di torti, e l'esporre sé stesso ad ogni maniera di pericoli per condursi a glorioso fine, doveano eternare fastosamente il suo nome; e figuravasi il pover'uomo d'essere coronato per lo meno imperadore di Trebisonda in merito del valore del suo braccio. Immerso in tali deliziosi pensieri, ed alzato all'estasi dalla straordinaria soddisfazione che vi trovava, si diede la più gran fretta onde porli ad esecuzione. Applicossi prima di tutto a far lucenti alcune arme di cui si erano valsi i bisavoli suoi, e che di ruggine coperte giacevano dimenticate in un cantone: le ripulì e le pose in assetto il meglio che gli fu possibile, poi s'accorse ch'era in esse una essenziale mancanza, perocché invece della celata con visiera, eravi solo un morione; ma; supplì a ciò la sua industria facendo di cartone una mezza celata, che unita al morione pigliò l'apparenza di celata intera. Egli è vero che per metterne a prova la solidità trasse la spada, e vi diede due colpi col primo dei quali, in un momento solo, distrusse il lavoro che l'aveva tenuto occupato una settimana; né gli andò allora a grado la facilità con cui la ridusse in pezzi; ma ad oggetto che non si rinnovasse un tale disastro, la rifece consolidandola interiormente con cerchietti di ferro, e restò così soddisfatto della sua fortezza che senza metterla a nuovo cimento rinnovando la prova di prima, la ebbe in conto di celata con visiera di finissima tempra.

Si recò da poi a visitare il suo ronzino, e benché avesse più quarti assai d'un popone e più malanni che il cavallo del Gonella — che tantum pellis et ossa fuit — gli parve che non gli si agguagliassero né il Babieca del Cid, né il Bucefalo di Alessandro. Impiegò quattro giorni nell'immaginare con qual nome dovesse chiamarlo, e diceva egli a sé stesso che sconveniva di troppo che un cavallo di cavaliere sì celebre non portasse un nome famoso; e andava perciò ruminando per trovarne uno che spiegasse ciò che era stato prima di servire ad un cavaliere errante, e quello che andava a diventare. Era ben ragionevole che cambiando stato il padrone, mutasse nome anche la bestia, ed uno gliene fosse applicato celebre e sonoro; e quindi dopo aver molto fra sé proposto, cancellato, levato, aggiunto, disfatto e tornato a rifare sempre fantasticando, stabilì finalmente di chiamarlo Ronzinante, nome a quanto gli parve, elevato e pieno di una sonorità che indicava il passato esser suo ronzino, e ciò ch'era per diventare, vale a dire, il più cospicuo tra tutti i ronzini del mondo.

Stabilito con tanta sua soddisfazione il nome al cavallo, s'applicò fervorosamente a determinare il proprio, nel che spese altri otto giorni, a capo dei quali si chiamò don Chisciotte. Da ciò, come fu detto già prima, trassero argomento gli autori di questa verissima storia, che debba essa chiamarsi indubitamente Chisciada e non Chesada, come ad altri piacque denominarla. Si risovvenne il nostro futuro eroe che il valoroso Amadigi non erasi limitato a chiamarsi Amadigi semplicemente, ma che affibbiato vi aveva il nome del regno e della patria, per sua più grande celebrità, chiamandosi Amadigi di Gaula. Dietro sì autorevole esempio, come buon cavaliere decise d'accoppiare al proprio nome quello pur della patria, e chiamarsi don Chisciotte della Mancia, con che, a parer suo, spiegava più a vivo il lignaggio e la patria, e davale onore col prendere da lei il soprannome.

Rese di già lucide l'arme sue, fatta del morione una celata, stabilito il nome al ronzino, e confermato il proprio, si persuase che altro a lui non mancasse se non se una dama di cui dichiararsi amoroso. Il cavaliere errante senza innamoramento è come arbore spoglio di fronde e privo di frutta; è come corpo senz'anima, andava dicendo egli a sé stesso. — Se per castigo de' miei peccati, o per mia buona ventura m'avvengo in qualche gigante, come d'ordinario intraviene ai cavalieri erranti, ed io lo fo balzare a primo scontro fuori di sella, o lo taglio per mezzo, o vinto lo costringo ad arrendersi, non sarà egli bene d'avere a cui farne un presente? laonde poi egli entri, e ginocchioni dinanzi alla mia dolce signora così s'esprima colla voce supplichevole dell'uomo domato: — Io, signora, sono il gigante Caraculiambro, dominatore dell'isola Malindrania, vinto in singolar tenzone dal non mai abbastanza celebrato cavaliere don Chisciotte della Mancia, da cui ebbi comando di presentarmi dinanzi alla signoria vostra, affinché la grandezza vostra disponga di me a suo talento. Oh! come si rallegrò il nostro buon cavaliere all'essersi così espresso! ma oh quanto più si compiacque poi nell'avere trovato a chi dovesse concedere il nome di sua dama! — Soggiornava in un paese, per quanto credesi, vicino al suo, una giovanotta contadina di bell'aspetto, della quale egli era stato già amante senza ch'ella il sapesse, né se ne fosse avvista giammai, e chiamavasi Aldolza Lorenzo; e questa gli parve opportuno chiamar signora de' suoi pensieri. Dappoi cercando un nome che non discordasse gran fatto dal suo, e che potesse in certo modo indicarla principessa e signora, la chiamò Dulcinea del Toboso perché del Toboso appunto era nativa. Questo nome gli sembrò armonioso, peregrino ed espressivo, a somiglianza di quelli che allora aveva posti a sé stesso ed alle cose sue.PROLOGO

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